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recensione di Donatella Signetti

Sette grandi indignati

Cos’hanno in comune Francesco d’Assisi, Henry David Thoreau, Lev Tolstoj, Ghandi, Simon Weil, don Lorenzo Milani e l’Abbè Pierre?
L’indignazione.
Per questo l’autore li invita a sedersi al medesimo tavolo, per dialogare con loro e apprendere che cosa veramente conti nella vita.
Un libro esile che accoglie contenuti importanti, ispirati alla virtù della ribellione all’ingiustizia.
La loro voce si alza in difesa della povertà, della natura, contro la schiavitù, per la non violenza, per la libertà, che come dice Simon Weil “sempre fugge dal campo dei vincitori”, per i giovani e contro la legalità ingiusta, infine per i poveri.
Raccontati in ordine cronologico, sono testimoni attuali e da un certo punto di vista contemporanei tra loro, perchè sensibili e complici nello stimolare la nostra capacità di indignarci e dire “no”, passaggio indispensabile alla costruzione di nuove regole e nuove sostenibilità.

SETTE GRANDI INDIGNATI Autore: Enzo Princivalle Editrice: Primalpe pp62 9





un articolo che mi è particolarmente piaciuto di Donatella Signetti
dal settimanale LA GUIDA del 16 Marzo 2012  

La realtà e la leggerezza

Due cose sulla leggerezza e non solo perché è quasi primavera. Insomma non è solo per i pollini, per i voli e i canti degli uccelli la sera e la mattina presto o perché la consistenza dell’aria cambia e la sua rarefazione rende più soffice persino il battito del cuore. Ma perché la leggerezza è importante, soprattutto come contrappeso alla gravezza della realtà.

Ho appena detto che la leggerezza deve fungere da “contrappeso” e mi rendo conto che questo discorso rischia di non avere le premesse necessarie per risultare alla fine anche chiaro. Ma vorrei che lo fosse, chiaro, dico, e soprattutto leggero.

Proprio sulla leggerezza Italo Calvino scrisse cose meravigliose includendola tra le caratteristiche proprie della scrittura letteraria ma col desiderio che essa riguardasse e permeasse non solo il lavoro dello scrittore ma tutta la nostra esistenza.
Calvino riconosce, nella ricerca della leggerezza, un valore, nel momento in cui la sua funzione è quella di sottrarre peso a una realtà che è per sua natura pesante.

Stare dalla parte della leggerezza significa non rassegnarsi “alla pesantezza, all’inerzia, all’opacità del mondo”.

La cronaca e i media ci mostrano in continuazione che tutto quello che apprezziamo come leggero nella vita non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. E così accade che nei momenti in cui il regno dell’umano sembra condannato solo alla pesantezza, si provi il desiderio di sollevarsi in un altro spazio. Per Calvino l’altro spazio in cui sollevarsi non è però da intendersi come fuga nel sogno o nell’irrazionale, ma come volontà di assumere un diverso punto di osservazione, un’altra ottica, un’altra logica nel momento in cui si osserva, si esperisce e si racconta la realtà (che si tratti della crisi economica, della TAV, del confronto politico, dei problemi sociali).

Nonostante la forza di gravità, la sfida è quella di far perdere peso a noi stessi e alle cose per riuscire a sollevarci e da lì guardare… per vedere meglio. Il fatto che la leggerezza sia un ingrediente poco visibile ma fondamentale lo dice anche la scienza, dal momento che tutto sembra reggersi su entità sottilissime come i filamenti del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio. E anche nell’informatica che cosa potrebbe fare la pesantezza dell’hardware senza la leggerezza geniale, vitale e organizzativa del software?

Leggerezza è sospendere il giudizio per aprire il cuore a una dimensione più ampia, di riflessione e comprensione. Leggerezza è fare spazio, è togliere anche solo temporaneamente fardelli dalle spalle degli altri e dalle proprie, per rendere più elastico il passo e riservare maggiori energie alla nostra capacità di visione. Il voler avere sempre ragione è pesantezza; il sollevarsi e tacere e sorridere un istante, per cogliere il proprio punto di vista accanto a quello degli altri, è invece leggerezza o meglio è un’operazione che solo la ricerca della leggerezza consente.

Una storia che ha che fare con la leggerezza l’ho trovata ne Il linguaggio segreto dei fiori, romanzo d’esordio di Vanessa Diffenbaugh, in cui Victoria, una ventenne che non ha avuto una vita facile, comunica con i fiori le sue emozioni più profonde. Perché ci sono vite o momenti nella vita in cui pesano troppo anche le parole. Per questo Victoria scopre che è possibile arrivare al cuore delle situazioni e delle persone, oltre che al proprio, porgendo una rosa bianca per dire solitudine, lavanda per dire diffidenza, una dalia per la dignità, una gerbera per l’allegria, un tulipano per dichiarare il proprio amore.

Leggerezza è giocosità, il piacere di fare ciò che si fa, di essere ciò che si è. E’ dare invece di prendere, svuotare al posto di riempire, lasciar andare invece di trattenere. Leggerezza è rompere gli schemi, uscire dai cliché, è credere nella forza dei sogni. Non solo densità e concentrazione ma rarefazione.

Il sogno è leggero, rarefatto e inconsistente. E’ la fase embrionale del progetto. Il progetto concretizza il sogno, gli fa assumere peso e lo porta dentro la realtà, ma nasce dalla leggerezza, da una materia più aerea. Se dimentichiamo la leggerezza dimentichiamo anche i sogni, rinunciamo alla materia prima di cui sono fatte le scelte, i progetti, le costruzioni.

Donatella Signetti






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